STORIA SEGRETA DEL DOPOGUERRA: DOPO LA GUERRA DI TOKYO

Titolo originale: Tôkyô sensô sengo hiwa
Traduzione titolo: /
Anno: 1970
Regista: Nagisa Ôshima
Sceneggiatura: Masato HaraMamoru Sasaki
Cast: Kazuo GotoSukio FukuokaKenichi Fukuda


Violenza:


Sesso:


Trama:

Shoichi Motoki (Kazuo Goto) è un giovane ragazzo che fa parte di un gruppo militante di ispirazione marxista. Il gruppo è focalizzato nell’attività di filmaking. Un giorno un compagno si suicida buttandosi da un palazzo con la videocamera del gruppo in mano, presumibilmente filmando anche la caduta. Motoki assiste alla scena e, nonostante la presenza della polizia riesce a sfilare la videocamera dalle mani del cadavere. La polizia riesce a recuperare la videocamera a sua volta e si allontana per mezzo di una volante, con Motoki che gli corre dietro senza ottenere nulla. Tutta queste esperienza appare al resto del gruppo come improbabile e misteriosa, tant’ è che nessuno si ricorda di questo ragazzo che si è suicidato. L’ attenzione del gruppo rivoluzionario è comunque tutta incentrata sulle azioni politiche, sul senso delle manifestazioni pubbliche di massa e sul loro ruolo di filmakers in questo tipo di contesto. Motoki invece è ossessionato da questo suicidio e non riesce a pensare ad altro, visionando più volte il materiale che la polizia ha riconsegnato e filmato dallo stesso sucida. L’ unica che prende in considerazione i vaneggiamenti di Motoki è la presunta ragazza di questo ragazzo suicida.

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Recensione:
Titolo un po’ complicato da comprendere, forse questa volta gli americani, modificando il titolo sono riusciti a coglierne meglio il senso per noi occidentali chiamandolo The Man Who Put His Will On Film (L’ uomo che lasciò il suo testamento su pellicola). Oshima è un regista conosciuto per essere uno dei massimi esponenti della nouvelle vague del cinema sperimentale giapponese, giunto al suo apice con (e per) il clima di grande protesta che alla fine degli anni ’60 invase le piazze e le strade del Giappone, con numerose manifestazioni, scontri e atti terroristici. In questo periodo storico si sono espressi registi come Nagisa Oshima, Masao Adachi e Koji Wakamatsu, registi con idee radicali. Si può dire che questo film nasce e muore in questo contesto, radicato in esso non si può escludere dal modo stesso di fare filmmaking del periodo. E’ infatti questa la metafora metacinematografica che Oshima rivolge a tutti i giovani del periodo, con una dichiarazione che personalmente ho interpretato in questo modo: il cinema rivoluzionario si è sucidato, filmando la propria morte (siamo già nel 1970). E’ emblematico poi che nei fatti le riprese di questo filmaker suicida non fossero altro che banali sfondi e scene in cui non succedeva niente di che. Un film difficile da interpretare per un occidentale, pieno di riflessioni sui massimi sistemi di studenti che non fanno altro che mettere in discussione le proprie idee marxiste. Ed è questo il dipinto che noi dovremmo leggere dei giovani rivoluzionari? Se ci fate caso, spesso in questo tipo di film la situazione è sempre questa, auto critica e auto disciplina (alcuni esempi sono Estasi Degli AngeliGushing PrayerShinjuku Mad). Ma io non penso siano stati veramente così questi ragazzi, penso invece che i registi stessi di queste pellicole si siano votati alla feroce critica di questi gruppi blindati che probabilmente si perdevano nelle loro certezze e auto convinzioni, senza produrre i risultati voluti arroccandosi su sè stessi. E’ questa l’ idea che mi sono fatto e se fosse stato così, sarei stato d’ accordo perchè considero che il compito dell’ artista, oltre ad esprimersi, sia anche quello di permettere a tutti di esprimersi liberamente e quindi criticare coloro che nella loro staticità, impediscono il cambiamento. Fotografia in bianco e nero spettacolare, climax maximo raggiunto nella scena dove la pellicola del suicida viene proiettata sul corpo nudo della giovane ragazza, come dire “solo così questo film diventa interessante!“, e questa è il motivo principale perchè questi film di stampo politico venivano chiamati anche pinku eiga (letteralmente “film rosa“, il rosa della pelle nuda), perchè per stuzzicare i giovani a vedere queste pellicole così serie, spesso si usava l’ esca del sesso selvaggio.

Si ringrazia Silvia Kinney Riccò per il suo prezioso contributo

Home video:
 Art Theatre Guild (all media) Japanese New Wave Cinema Classics (2006) (USA) (DVD)
Reperibilità: 


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